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La storia
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Verso la fine del Settecento Lendinara visse un periodo di grande rinnovamento. Molti edifici privati vennero eretti o ricostruiti. Le chiese di S. Biagio e della Madonna, restituite al clero regolare, subirono radicali trasformazioni e pregiati artisti le decorarono. Si acciottolarano le strade del paese e si lastricarono i marciapiedi. La caduta della Repubblica di Venezia e la venuta dei francesi (1797) non furono accolte in Lendinara come avvenimenti sconvolgenti. «Venezia terminò... » dirà il Boraso, come si trattasse di un avvenimento di un altro mondo — «dopo tanti anni che sono padrona, non più padrona, ma serva! ». I lendinaresi, anche nobili, che pur avevano servito la Repubblica, si adattarono presto al nuovo corso come il Conti, come Pietro Perolari Malmignati e tanti altri che trovarono miglior riconoscimento del loro valore in un ambiente che rapidamente evolveva dando agio alla fantasia e all’iniziativa di raggiungere traguardi prima impensabili. Mentre le vecchie famiglie lendinaresi riprendevano slancio (i Malmignati, i Petrobelli, i Cattaneo, i Mario, i Perolari) se ne aggiunsero presto di nuove che acquistarono terreni e notorietà nel paese come i Marchiori, i Milani, i Lorenzoni, i Ballarin, i Pavanello. Si venne così formando una nuova classe di proprietari che appartenevano alla borghesia: erano professionisti, commercianti (anche ebrei) generalmente immigrati. Tramite loro si operarono il frazionamento della proprietà terriera, e conseguentemente lo sviluppo dell’agricoltura e una attiva partecipazione alla vita pubblica. I francesi portarono in Lendinara l’amore per la musica e per gli spettacoli. Nel 1812 si inaugurò, sul corpo dell’antico granarone, il Teatro Ballarin, per molto tempo istituzione di risalto della vita cittadina. Nel 1813 i francesi, ritirandosi dalla Russia, raggiunsero l’Adige e il 7 dicembre parte delle armate transalpine, sotto il comando del generale Marconiet, si concentrò in Lendinara e vi si fortificò. Il giorno dopo i francesi andarono ad attaccare l’armata austriaca a Boara, in destra e sinistra dell’Adige nel punto che guardava la strada postale di Rovigo. Impegnata battaglia, furono sconfitti e rientrarono in Lendinara; indi si ritirarono al ponte di Castagnaro, abbandonando il Polesine. Il generale austriaco Co. di Staremberg portò il suo quartier generale in Lendinara il 15 dicembre; iniziava così il governo del Regno Lombardo-Veneto e il 12 novembre 1816 il conte Pietro di Goess, governatore, venne a visitare la città. Vi furono illuminazioni, teatro, giochi d’artificio, raccolte poetiche. Al paese venne confermato il titolo di Città. Con il governo austriaco le scuole elementari vennero regolate con provvedimento 7.12.1818 e decreto del 1830. Nel 1834, favorita da Francesco Marchiori, venne fondata in Lendinara la scuola dei Padri Cavanis che comprendeva, oltre alle elementari, il ginnasio. Da tale scuola, oltre al patriota Alberto Mario, uscirono molti giovani lendinaresi che nell’800, continuando gli studi, formarono un vasto corpo di ingegneri, avvocati, professionisti che innalzarono nel Polesine la considerazione di Lendinara. La scuola dei Cavanis fu soppressa nel 1866. Fu questo del LombardoVeneto un periodo di buona amministrazione. Le cariche erano in genere affidate a maggiorenti locali e si poteva accedere all’amministrazione giudiziaria. Vi furono anche iniziative di sviluppo economico. È suggestivamente descritta, nelle rime del Perolan-Malmignati, la filanda di Girolamo Ballarin. Attività sempre prospera in Lendinara fu la lavorazione artistica del legno, si può dire ininterrotta dal tempo dei Canozi fino al Novecento. Notevoli in modo particolare furono i lavori di Giovanmni Ponzilacqua, dei fratelli Voltolini. Interessante anche l’arte della stampa esercitata dal Balena (1695), poi dalla Stamperia della Fenice, della Fenice Risorta, dai Michelini e dai Buffetti. L’agricoltura intanto evolveva. Migliorò la conduzione dei terreni, fu introdotta la coltivazione della canapa e intensi lavori dei consorzi di bonifica migliorarono la produttività. Si lamentavano pero i difetti di un troppo rigido accentramento che imponeva spesso, anche in questioni di poco conto, il ricorso a Vienna. Molti sentivano di aver perduto la maggiore libertà goduta al tempo dei francesi. Le cospirazioni carbonare di Fratta, duramente represse, avevano lasciato nelle coscienze aspirazioni di libertà. La prima e la seconda guerra d’indipendenza svegliarono ancor più gli spiriti e molti furono i lendinaresi che passarono il Po per unirsi alle truppe piemontesi e alle camicie rosse di Garibaldi seguendo l’esempio di Alberto Mario. Fino alla liberazione del Veneto le due correnti, quella appunto del Mario e quella di destra (che vide come esponenti locali i mèmbri della famiglia Marchiori) trovarono agio di convivere e procedere insieme per la causa risorgimentale. Liberato il Veneto, fu primo sindaco Domenico Marchiori. Nel 1869 il comune di Saguedo, a richiesta dei suoi abitanti, fu unito a Lendinara. Importanti lavori edilizi furono compiuti durante e dopo l’apertura della ferrovia Rovigo-Legnago (1876). Fu ricostruito il ponte di Piazza (1889) e edificato il nuovo cimitero. A un rapido progresso economico si opposero alcuni grossi ostacoli: la pellagra, male comune a tutta la provincia, l’ignoranza dei contadini, le conseguenze della rotta dell’Adige (1882), l’emigrazione, gli scioperi agricoli. Non mancarono però valenti agricoltori tra i quali il dottor Giuseppe Petrobelli, scrittore di cose agricole. A Lendinara nacque nel 1867 la Società Operaia di Mutuo Soccorso e nel 1869 il primo Comizio Agrario d’Italia.