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La storia
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Malgrado la distruzione dei documenti antichi dell’archivio comunale, si è in grado, grazie a pubblicazioni e all’esistenza di copie invari luoghi (specie all’Archivio di Stato di Modena) di conoscere gli eventi che portarono alla dissoluzione della signoria dei Cattaneo con il trasferimento di quote della giurisdizione agli Estensi e al Comune di Padova che se le disputarono a lungo. E, prima ancora, con il passaggio per via di matrimoni, da Nicolo e Alberico da Lendinara (fatti torturare e morire da Ezzelino da Romano) ai Sambonifacio (1247) e delle quote di Azzo Cananeo al genero Badoero Badoer nel 12685. Finalmente nel 1294 Padova ottenne con un trattato Lendinara e altre terre lungo l’Adige e da allora per quasi 25 anni (salvo la parentesi del 1305 quando Azzo VIII d’Este riuscì a recuperare per breve tempo il Castello) i padovani inviarono propri podestà a Lendinara. Tra di essi va ricordato per importanza culturale il letterato Albertino Mussato. Pur cedendo la giurisdizione, i Cattaneo avevano però conservati vasti diritti feudali, avendone investitura dagli stessi Estensi nonché dai vescovi di Adria. Intanto, cacciati da Verona nel 1260, erano venuti a Lendinara, assieme ai Cattaneo e ai Sambonifacio, parecchi loro seguaci. Forse con loro giunsero gli artigiani della lana, attività che troviamo sviluppata in paese nel Trecento. La cultura, appannaggio delle alte cariche religiose tenute da molti della famiglia Cattaneo, era propugnata anche dai conventi dei frati di S. Francesco, di S. Biagio e dai canonici di S. Sofia, la cui pieve dovette crescere d’importanza con la venuta a Lendinara del vescovo Bonazonta. Anche successivamente Lendinara era considerata centro religioso di rilievo della diocesi, tanto da giustificare lo svolgimento in S. Sofia del primo sinodo della diocesi nel 1314 (un altro sinodo vi fu tenuto nel 1572). Dopo la rapida e temporanea conquista effettuata nel 1390 da Francesco da Carrara con le milizie di Stefano di Baviera, Alberto d’Este provvide a nuove difese, spianando le mura che non erano più adatte a sostenere l’urto di eserciti dotati della nuova dirompente arma, l’artiglieria. Lendinara fu quindi cinta da una profonda fossa piena d’acqua, difesa verso l’interno da bastioni e terrapieni e da una fitta palizzata. Questo vallo, spingendosi oltre l’Adigetto incluse allora nel Castello la parte di S. Biagio. Là fu costruita la rocca.
L’accesso al Castello avveniva attraverso tre porte sovrastate da torri, che si fronteggiavano simmetricamente attraverso il fiume: due presso la Piazza (dove ancora si erge quella della campana del Comune); le altre due (di cui quella a destra dell’Adigetto non aveva passaggio) alle “Porte di Sopra”. A fianco della torre che non aveva porta fu costruito, verso il canale, un portello che ancor oggi esiste ed è detto Arco del Castel Trivellin. Al centro del paese fu eretto il palazzo che doveva essere dimora degli Estensi, protetto dalla robusta torre che ancora si eleva possente, sebbene non più ornata di merli.Le porte venivano sprangate alla sera. Tra le due torri, a monte e a valle di Lendinara, in corrispondenza della fossa, veniva sbarrato l’Adigetto con catene per impedire il passaggio e per far pagare il dazio alle barche in transito o in arrivo per i mercati.