Itinerari religiosi

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LA CHIESA DI S. BIAGIO
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Affacciata sull'Adigetto, ci dà il benvenuto a Lendinara la chiesa di S. Biagio, elegante nelle sue connotazioni neoclassiche. La facciata è caratterizzata dalle quattro colonne del pronao che sostengono il frontone decorato, ai vertici, da statue. Le due ali laterali, di dimensioni ridotte, sono delimitate da ampie arcate chiuse a pieno centro.

Chiesa di San Biagio Da una di queste ali si erge il campanile seicentesco. Notizie dell'esistenza a Lendinara di un oratorio dedicato a S. Biagio si hanno fin dal Duecento, quando vi era annesso il convento che gli Umiliati abbandonarono solo ne corso del XV secolo.

Nel 1473, dopo la temporanea reggenza di un sacerdote secolare, chiesa e convento passarono ai frati gerolimini (o fiesolani). I francescani zoccolanti subentrarono ai fiesolani nel 1669 e ressero chiesa e convento fino al 1769. Da quell'anno S. Biagio passò sotto il giuspatronato dei nobili Minio. Lo stato della chiesa, divenuta arcipretale nel 1786, era tale da richiedere una radicale risistemazione guidata dal 1803 dal valente architetto lendinarese d. Giacomo Baccari. Con i permesso dei Minio, i lavori iniziarono lo stesso anno e si protrassero sino al 1813, per riprendere poi nel 1829 con la collaborazione dello Jappelli, quando si abbandonò definitivamente l'idea del Baccari di decorare la facciata con due campanili. La nuova chiesa fu consacrata nel 1884. Nel corso di questo secolo vi furono altri interventi: vennero poste le vetrate (1922, ditta Maffioli di Venezia), si costruì il coro ligneo (1926, G. Businari di Padova) e si inserì l'organo (1926, Malvestio di Padova). Fra il 1980 e il 1989 venne eseguito un accurato restauro. L'interno dell'edificio, diviso in tre navate, è modulato dalle imponenti colonne che separano la navata centrale dalle laterali ed il coro del presbiterio. Sotto il profilo architettonico, si può considerare S. Biagio come la reinterpretazione data dal Baccari alla chiesa del Redentore del Palladio. Vi troviamo opere d'arte di notevole interesse, come la pala del primo altare a sinistra, raffigurante Il Cristo crocifisso e i Santi Marco e Carlo Borromeo - proviene da Bagnoli (PD) - attribuita al Malombra (primi anni secolo XVII); il dipinto di Gregorio Lazzarini, dell'altare vicino, raffigurante l'esaltazione dell'Eucarestia da parte di Santi francescani (1725 ca.). Sul terzo altare di sinistra è posta invece la pala con S. Antonio da Padova e angeli dipinta da A. M. Nardi nel 1942. Proseguendo lungo il deambulatorio, troviamo prima un quadretto con S. Bellino, la pala con L'Immacolata Concezione venerata dai Santi Biagio e Francesco eseguita dal Lazzarini (1725 circa) ed un dipinto cinquecentesco di scuola veneta raffigurante La Sacra Famiglia, S. Giovannino, S. Elisabetta e donatori.


Nel IV altare a destra è esposta la Madonna della Cintura e nove Santi (1690 ca.) opera del pittore estense Antonio Zanchi, pervenuta a S. Biagio dalla Chiesa dei Cappuccini di Este nel corso del sec. XIX. Nel III altare è custodita la bellissima Visitazione (1525 ca.) di cui si ammirano la solida costruzione delle figure, l'accesa cromia ed il lirismo del paesaggio fantastico dello sfondo. Nel dipinto gli elementi classici si fondono con il naturalismo psicologico dei personaggi rimandando alla bottega di Dosso Dossi.
La pala del II altare con S. Nicola, S. Francesco d'Assisi, S.Antonio abate e S. Andrea apostolo è opera del pittore tardomanierista Andrea Vicentino (1585 ca.). Nel I altare a destra è posta una tela ottocentesca raffigurante S. Margherita da Cartona. Meritano un accenno anche le sculture lignee realizzate da artisti lendinaresi: il baldacchino sopra l'altar maggiore (sec. XVIII) eseguito da Giuseppe Fava detto il Saccadei, la croce del Ponzilacqua e la cantoria ottocentesca di Luigi Voltolini. L'edicola funebre del giureconsulto Gaspare Malmignati (1542), murata sopra la porta d'accesso alla sacrestia, proviene dal soppresso convento di S. Francesco.

LA CHIESA DI S. MARIA E S. ANNA

Usciamo da S. Biagio e, attraversato il ponte, raggiungiamo Piazza Risorgimento, imbocchiamo poi via Garibaldi sino alla suggestiva piazzetta dove si erge l'antica chiesa di S. Anna. L'edificio fu edificato a partire dal 1433 per volere di Anna Bollato Falconetti, la quale la dotò di cospicue proprietà. Alla sua morte, l'arciprete di S. Sofia e la Comunità di Lendinara divennero giuspatroni della chiesa. Le decime delle cospicue rendite dovevano servire non solo al sostentamento della chiesa, ma anche ad opere di pubblica utilità, tra cui l'obbligo per i mansionari di S. Anna di istruire la gioventù. Già ne secolo XVI vi era presso la chiesa un convento di Suore Benedettine, la cui presenza è documentata ancora nel 1777. Nel 1799 S. Anna è occupata dai Russi che la utilizzarono per la celebrazione dei loro riti ortodossi. Promotore di un radicale restauro della chiesetta fu don Gaetano Baccari che sovrintese ai lavori, protrattisi dal 1814 al 1825. La facciata in mattoni a vista tu rinnovata nel biennio 1933-34. L'interno mantiene l'originale struttura a navata unica con due piccoli cori e due altari ai lati del presbiterio. La pala dell'altar maggiore con Maria Vergine che porge il Bambino a S. Anna, S. Giuseppe, S. Gioacchino e S. Iacopo è opera di Giovanni Baccari che la dipinse nel 1816. Sull'altare di destra è posta la tela - attribuita ad Andrea Vicentino - raffigurante la Madonna del Carmine che appare a Santi, re, doge, e anime del Purgatorio (1614 ca.). L'opera è iconograficamente interessante e di ispirazione fortemente controriformista. Sull'altare di sinistra è posta invece un'opera di anonimo pittore tardomanierista raffigurante la chiamata di S. Matteo.


IL DUOMO DI S. SOFIA
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Campanile S. Sofia Torniamo sui nostri passi e, raggiunta nuovamente Piazza Risorgimento, ci incamminiamo verso il Duomo di S. Sofia, chiesa di origine antichissime. Sorta sulle rovine di un tempio pagano, fu eretta nel 1070 come oratorio della famiglia Cattaneo. Intorno a 1550 diventò proprietà dei Molin e, nel 1674, è detta in forte degrado. Nel 1760 i Molin-Minio diedero i permesso di ampliare e restaurare la chiesa secondo il progetto dell'architetto ferrarese Angelo Santini. Pur autotassandosi ripetutamente i cittadini, i lavori si trascinarono per anni, finché non diventò arciprete d. Domenico Scipioni che coinvolge nell'impresa d. Francesco Antonio Baccari. A quest'ultimo si deve il progetto della facciata (1778-1780) e quello ambizioso della torre campanaria grazie al qua e il Baccari diventa - come il fratello Giacomo - socio onorario dell'Accademia Clementina di Bologna. I lavori per il campanile procedettero non senza problemi per molti anni (1797-1857). La facciata della chiesa come si presenta ora rispecchia solo in parte il progetto del Baccari, non solo perché quasi subito si fu costretti per problemi di statica ad abbandonare l'idea dei due campanili laterali, ma anche per dei rimaneggiamenti subiti successivamente (1910).
Entriamo nella chiesa. L'interno a tre navate termina con un'ampia abside sormontata da una cupola. Di notevole impatto sono gli affreschi, opera di Giorgio Anselmi che li eseguì a partire dal 1796 su commissione dello Scipioni. Inizialmente l'incarico era stato dato a Tommaso Sciacca - pittore siciliano alcune opere del quale si conservano al Pilastrello - ma, dopo l'improvvisa morte di quest'ultimo, ci si rivolse al pittore veronese che realizzò Il trionfo della Chiesa e I quattro dottori della Chiesa nella cupola e sui pennacchi e la monumentale Trasfigurazione del catino absidale. Nel 1938 il Poloni e i Casanova vennero chiamati a restaurare le pitture murali e a completare la decorazione con l'aggiunta di alcune formelle nella zona inferiore.


Dipinto S. Sofia Il I altare a sinistra ospita una tela del Casanova raffigurante S. Antonio da Padova (1942). Nel II è invece custodita la tela secentesca con la Vergine del Rosario e Santi del pittore lendinarese G.B. Albrizzi, in origine posta sull'altar maggiore della chiesa di S. Giuseppe. Novecentesca è invece la tela col Sacro Cuore di Gesù, dipinta da B. Biagetti e posta nel III altare a sinistra. In un piccolo vano situato fra il terzo e il quarto altare della stessa navata, si è ricavato un luogo protetto per l'esposizione delle tré opere più importanti conservate in chiesa ad iniziare dalla tavola del trevigiano Domenico Mancini - datata e firmata 1511 - che raffigura la Madonna in trono con Bambino e angelo musicante. L'opera, che rimanda ad una pala veneziana del Bellini, presenta degli splendidi impasti cromatici che trovano riscontro diretti nei moduli pittorici di Giorgione. Altra tavola notevole conservata nel piccolo vano è la Madonna con il Bambino in trono tra S. Lorenzo martire e S. Antonio da Padova eseguita da Francesco Bissolo agli inizi del secolo XVI ma pesantemente rimaneggiata nel Seicento; difronte c'è un Ecce Homo del Fetti (1615), soggetto che il pittore ha dipinto in più versioni, una delle quali - conservata a Monaco - molto vicina a questa di S. Sofia. Di notevole interesse sono anche i dipinti conservati nei primi tre altari di destra. Quello del I altare è una Madonna in gloria con il Bambino e le anime del Purgatorio, opera tarda (1700 ca.) del pittore estense Zanchi, commissionata dalla Confraternita della Morte (proprietaria della cappella). Sul II altare è posta la Discesa dello Spirito Santo (1765 ca.), attribuita ad uno dei maggiori allievi del Piazzetta, Domenico Maggiotto. Dello Zanchi è anche 'opera del III altare con i Santi apostoli Pietro e Giacomo (o Allegoria del Papato 1700 ca.), interessante per l'insolita iconografia. La grande pala dell'altar maggiore raffigurante Il martirio di S. Sofia e delle sue figlie Fede, Speranza e Carità dipinta ne 1793 dal veneziano Carlo Alvise Fabris, allievo del Longhi e dell'Angeli. Ai lati del presbiterio, vicino ai busti dello Scipioni e del Cappellini, si trovano due dipinti del veronese Agostino Ugolini: i Santi Agostino, Benedetto, Scolastica, Chiara e Placido e la Madonna con il Bambino in gloria e i Santi Andrea Avellino, Gaetano da Thiene e Valentino, firmati e datati rispettivamente 1783 e 1787 - i bozzetti dei quali sono custoditi ai Concordi di Rovigo. Prima di uscire da S. Sofia, visitiamo la sacrestia dove, oltre al modello ligneo in scala del campanile, sono conservati altri interessanti dipinti come le Scene della vita di S. Costanzo del veneziano Bartolomeo Litterini (1730 ca.), due tele di Pietro Vecchia (sec. XVII), alcuni ritratti, una copia del Tiziano ed una pala in cattive condizioni, attribuita a Matteo dei Pitocchi.

LA CHIESA DI S. GIUSEPPE

San Giuseppe A pochi passi dal Duomo si erge la piccola chiesa di S. Giuseppe, un tempo dedicata a S. Maria delle Grazie, costruita intorno all'anno 1500 per volere dell'arciprete di S. Sofia. Sede della Confraternita dei Flagellanti, nel 1797 la chiesa è detta "piena di fieno". Messa all'asta, venne dapprima acquistata dai Luzzato (1809) per divenire nel 1812 proprietà di d. Francesco Antonio Baccari che la fa restaurare ed ornare di pitture. Vi pone anche le preziose reliquie che gli furono donate da Papa Leone XII. I corpi santi furono riccamente vestiti da Teresa Mischiatti, madre dell'arciprete Cappellini, ed esposti alla pubblica visione nel maggio del 1862. Nel 1822, la chiesa, dedicata al transito di S. Giuseppe, viene riaperta al culto come Battistero di S. Sofia, pur rimanendo ai Baccari il giuspatronato. La chiesa ha mantenuto la struttura originaria a navata unica, con tre cappelle laterali per parte ed un abside. Ai lati della tribuna sono stati aggiunti due coretti sopraelevati. Le tele conservate in chiesa sono copie di dipinti di scuola bolognese e romana del sec. XVIII, realizzate da artisti dell'Accademia di S. Luca su commissione di Francesco Baccari. La tela dell'altar maggiore raffigurante Il transito di S. Giuseppe è opera di Andrea Pozzi (1820). Dello stesso autore è anche l'ovale con S. Vincenzo de' Paoli del secondo altare a sinistra. Le quadrature e le pitture murali raffiguranti La fuga in Egitto e la Presentazione di Gesù al tempio sono invece opera del pittore veneziano Giovanni Fassini che le esegui nel 1822. Usciamo da S. Giuseppe e percorriamo la stretta via che conduce in Piazza Alberto Mario. Presto arriviamo in vista della chiesa del Pilastrello, considerata i tempio della vita religiosa e civile di Lendinara e che rappresenta, per numero e qualità delle opere, la maggiore pinacoteca della città.


SANTUARIO DELLA MADONNA DEL PILASTRELLO
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Madonna del PilastrelloPrima di visitare quest'importamte e suggestivo edificio sacro, ricordiamo brevemente l'affascinate storia della Madonna Nera. Era il 1509 quando accadde a Lendinara un fatto prodigioso destinato a condizionare in maniera profonda la vita della popolazione. Nella notte tra I'8 e il 9 maggio si abbatté un violento temporale che provocò lo sradicamento di alberi e lo scoperchiamento di alcune case. Nelle primissime ore del mattino un certo Matteo Brandolese percorreva la strada proveniente da Cavazzana. Arrivato in prossimità del borgo Roverese, vicino allo caso di Giovanni Borezzo, rimase estasiato da un bagliore proveniente dalla statua di una Madonnina, che era stata strappata dalla bufera da una nicchia posta sulla facciata della casa dello stesso Borezzo. La statuetta era stata portata dalle raffiche di vento sopra una siepe, dove rimase per moti giorni, divenendo per il suo splendore meta di curiosi e fedeli. L'avvocato Lorenzo Malmignati, venuto a conoscenza dell'insolito fatto, decise di costruire a proprie spese un capitello per collocarvi la statuetta. Nel 1570 Ludovico Borezzo, discendente di Giovanni, decise di restaurare l'ormai fatiscente capitello della Madonna. Per impastare la calce venne attinta acqua da una fonte vicina, ma essa da chiara e limpida diveniva di color sangue. L'accaduto produsse grande impressione. Correvano tempi difficili per il Polesine. Lo straordinario fenomeno si ripeté al termine di una processione propiziatoria per le vie cittadine. Ad esso fecero corona numerosi altri fatti miracolosi connessi all'acqua sgorgante dalla fonte. Il magnifico consiglio di Lendinara deliberò il 20 aprile 1577 "di prendersi cura e patrocinio del luogo".
Le autorità diocesane (era allora vescovo mons. Giulio Canoni) dopo un accurato processo diedero il benestare all'erezione di un santuario. Il 26 agosto i 577 fu posta la prima pietra e dopo neanche due anni il tempio era completato. Il 16 maggio 1579, a 70 anni dalla prima divina manifestazione, il taumaturgico simulacro della Madonnina fu trasportato dal Capitello alla nuovissima chiesa e posto in un nuovo altare di marmo "trono di petizione e di amore". Nel 1595 a città di Lendinara fu consacrato ufficialmente alla Madonna del Pilastrello.
Ad officiare i tempio furono chiamati i monaci benedettini di Monte Oliveto, che godevano di un ruolo importante in tutta l'area veneta e in particolare in quella polesana (si pensi al monastero di San Bortolomeo di Rovigo). Rimasero a Lendinara fino alla soppressione dell'ordine sopravvenuta ne 1771. L'impianto originario del monastero era una semplice costruzione a due piani collegata al tempio attraverso una sala che permetteva 'accesso al luogo sacro dall'interno. Al di sopra era situato il coro degli ammalati, munito di una finestra che dava sull'interno della chiesa per consentire ai monaci infermi di seguire le funzioni religiose; al piano terra si trovava un refettorio, una cucina con una serie di servizi ausiliari e al secondo le celle per i monaci. Successivamente venne costruito un altro edificio, simile a primo e collegato ad esso tramite un chiostro. Dopo la soppressione la gestione spirituale del tempio fu affidata a dei sacerdoti-rettori, nominati dal Consiglio cittadino, fino a che nel 1905 rientrarono in Santuario proprio gli olivetani.
Diamo ora un'occhiata all'architettura e alle decorazioni della chiesa. La struttura a tre navate fu voluta dall'architetto lendinarese don Giacomo Baccari su schemi albertiani per il radicale restauro realizzato tra a fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento. La facciata col doppio ordine ritmato da lesene è stata in parte modificata nel 1933.
Dipinto PilastrelloEntriamo ora in chiesa: lo spazio interno è ritmato da archi a pieno centro che dividono la navata centrale dalle laterali poggiando su pilastri. Ciò che colpisce innanzitutto è la decorazione delle volte e del catino absidale affrescati da Giuseppe Chiacigh fra il 1939 e il 1942. In esse vengono raccontate le vicende salienti della storia del Santuario e il profondo legame che unisce la Madonna del Pilastrello alla città. Ritroviamo narrati -nelle monumentali figure, scorciate dal basso - i seguenti episodi: Il Sacro simulacro che riceve forza taumaturgica dalla Vergine in gloria nel soffitto della navata centrale; La Salvezza dall'alluvione del 1822 nella controfacciata sopra portale; il Miracolo della preservazione di Lendinara dalle rotte dell'Adige verso la navata laterale sinistra; la preservazione della città dalla peste del 1030 e la liberazione degli animali dalla peste del 1748 verso la navata laterale destra. Si devono al Chiacigh anche l'incoronazione di Maria e dei SS. Benedetto e Francesco Romana, e del beato Bernardo Tolomei e La Natività della Vergine e I quattro profeti nel catino absidale; gli angeli e i simboli araldici delle navate laterali e Le virtù cardinali,dipinte in monocromo nella cappella si S.Antonio. Le opere d'atre conservate in questa chiesa sono tante e di tale qualità da rendere il Pilastrello la maggiore pinacoteca cittadina. Nel I altare a sinistra troviamo S. Francesco visitato da un angelo (1750 circa), opera di G. Angeli, l'allievo del Piazzetta che diresse per moltianni la bottega del maestro e che fu insegnante preso l'Accademia veneziana di pittura e scultura.
Nel II altare è conservato una notevole Ascensione di Cristo in presenza degli apostoli e del committente V. MaImignati (1580 ca.), dipinto da P. Veronese e bottega. E' una delle prime opere entrate nel Santuario e fu commissionata da un membro di un'importante famiglia lendinarese. Coeva è anche l'opera del Montemezzano, allievo del Veronese, Il battesimo di Cristo nel III altare a sinistra, voluta dai Locatelli, proprietari dell'altare.


Saliamo verso l'altare che conserva la statua miracolosa della Vergine, circondata dagli angeli in marmo, scolpiti da Giovanni Mario Morlaiter (o dal bellunese Marchiori) tra il 1743 e i 1745. Dello stesso artista sono anche le altre statue della Verginità e dell'Umiltà che sono ai fianchi dell'altare maggiore, verso la scalinata.
Salendo quest'ultima dalla parte sinistra, troviamo alle pareti due delle sei bellissime tele dipinte tr il II e il III decennio del '700 da Angelo Trevisani sulla storia del Pilastrello. Esse narrano di due importanti miracoli della Vergine: La giovane Lucia Zante risuscitata durante il suo funerale (11 febraio 1592) e La giovane Francesca Bimbarto, annegata nel Canal Bianco, viene ritrovata viva (19 luglio 1613). Scendiamo la scalinata dalal to oopsto ed arriviamo alla cappella dedicata all'abate Celestino Colombo (morto nel 1935). Vi è conservata una tavola con S. Pietro, di scuola dossesca (inizi XVI sec.) . Nel II e III altare di destra sono invece poste due pale tardo settecentesche raffiguranti S. Antonio da Padova che riceve Gesù Bambino e S. Antonio abate che visita S. Paolo eremita, opere di Tommaso Sciacca, pittore siciliano di formazione romana, chiamato a Lendinara tra il 1792 e il 1795 dall'abate Griffi. Nella seconda cappella sono conservate altre due splendide opere del ciclo dei Trevisani (1730 ca.): La giovane Maria Rigo viene resa invisibile a giovani patrizi male intenzionati (1ó maggio 1591), d'incredibile grazia e poesia, e L'acqua mutata in sangue (1570). Notiamo anche e due statue, fra e quali è posta la seconda pala dello Sciacca, S. Sebastiano e S. Lucia (1814), opera dello scultore padovano T. Bonazza.
Dipinto Pilastrello 2 NelI'altare a destra è conservata un'altra opera rilevante: I santi Bartolomeo, Benedetto e il Beato Bernardo Tolomei e i committenti Bartolomeo e Battista Malmignati (1850 ca.) commissionata da J. e D. Tintoretto dai due membri della nobile famiglia lendinarese.

Merita senza dubbio una visita anche la sacrestia, ove sono conservati altre due grandi tele del Trevisani: La città di Lendinara viene preservata dalla pestilenza che infuriano vari luoghi d'Italia e del Polesine (1630) e Per intercessione dì Giovanni Battista, la Madonna del Pilastrello salva Lendinara da una tremenda rotta dell'Adige (24 giugno 1677). Altro dipinto di dimensioni notevoli è la Glorificazione del podestà di Lendinara Ludovico Pisani (seconda metà del XVII sec.), attribuito ad Andrea Celesti(o a Matteo Ghidoni, che si ispira alle tematiche allegorico-celebrative del ciclo della Rotonda. Vi sono poi un intenso S. Andrea di, J. Ribela (meta del XVII sec.),provenienti dalla collezione Griffi, una copia del Guercino. Usciamo dallo sacrestia e raggiungiamo il Bagno. L'impianto architettonico è quello voluto dal Baccari, anche se molti sono i rifacimenti e le aggiunte di epoca successiva. Sulla sinistra troviamo la fonte miracolosa coronata dalla Madonna in bronzo, scolpita nel 1910 dal melarese Policronio Cadetti. Alle pareti troviamo il ciclo ottocentesco dei dipinti con I miracoli della Vergine del Pilastrello di Giovanni Baccali, che accompagnano il devoto fino agli angeli della vasca monolitica in marmo realizzata agli inizi del'900.
LA CHIESA DI S. ROCCO
Imboccando la strada che da Lendinara porta a Rasa, poco fuori dal centro abitato, troviamo la piccola chiesa di S. Rocco. Fu costruita nel 1516, su iniziativa de Consiglio Comunale, come ringraziamento a S. Rocco per lo scampato pericolo della peste del 1511. Vi era annesso un convento di frati Serviti, soppresso nel 1656. Fra il 1923 e il 1927 la chiesa, divenuta proprietà del Comune, viene radicalmente risistemata come sacrario dei caduti della Grande Guerra.
All'esterno viene recuperato l'aspetto cinquecentesco, eliminando le modifiche e l'intonacatura successiva. L'interno viene decorato con pitture murali, di notevole impatto: sono le Storie della guerra del veronese Angelo Zamboni. Dove un tempo sorgeva il convento dei padri Serviti si trova adesso il suggestivo parco detto "delle Rimembranze", con la visita del quale si conclude il nostro itinerario.