La storia

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Cenni storici sulla città di Lendinara

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Ritrovamenti di lapidi, di urne cinerarie e di monete attestano che il territorio di Lendinara era abitato al tempo dell’antica Roma. I lendinaresi ritennero la loro città tanto importante da attribuirne la fondazione all’eroe troiano Antenore che le avrebbe anche dato il suo nome prima di fondare Padova. Ipotesi più fondate fanno invece derivare il nome da origini celtiche, o germaniche, o venete. Il nome Lendenaria appare per la prima volta nel 944 in un documento di papa Marino II al vescovo di Adria.

Ma notizie più o meno storiche fanno risalire all’870 la venuta di Uberto Cattaneo a Lendinara. I Cattaneo, o Lendinara, distinta e nobile famiglia veronese, erano feudatari dell’impero e possedevano numerosi feudi tra cui Villafranca, Zevio, Caldiero, Angiari. Per quattro secoli Lendinara fu legata ai Cattaneo distinguendosi dagli altri centri polesani tutti appartenenti alla sfera giurisdizionale ecclesiastica o a quella degli Estensi. Già nel secolo XI Lendinara (lo riferisce il Muratori) era «illustre Castello, arricchito di molte fabbriche e torri, colta popolazione». L’antico castello lendinarese era sulla sinistra dell’Adige (chiamato successivamente Adigetto) chiuso dagli altri lati da mura entro cui stava l’abitato o almeno la maggior parte di esso con il Palazzo e la Casa dove sin rendeva giustizia. Fuori delle fortificazioni erano la pieve di S. Sofia e, dall’altra parte dell’Adige, la chiesa e il convento di S. Biagio. Attorno a questi centri religiosi s’andarono formando via via le contrade. Lo sviluppo di Lendinara fu continuo e rapido. Lo attestano la presenza di molte chiese (tra cui due parrocchie), di notai, di notevoli famiglie cittadine, d’una organizzazione comunale sviluppata. La città aveva un podestà fin dal 1225 e il primo statuto esistente nel Polesine (1321) peraltro preceduto da altre norme statutarie estensi e padovane. Il suo territorio, con numerose ville, era rigoglioso per prodotti agricoli e per la pastorizia.


Malgrado la distruzione dei documenti antichi dell’archivio comunale, si è in grado, grazie a pubblicazioni e all’esistenza di copie invari luoghi (specie all’Archivio di Stato di Modena) di conoscere gli eventi che portarono alla dissoluzione della signoria dei Cattaneo con il trasferimento di quote della giurisdizione agli Estensi e al Comune di Padova che se le disputarono a lungo. E, prima ancora, con il passaggio per via di matrimoni, da Nicolo e Alberico da Lendinara (fatti torturare e morire da Ezzelino da Romano) ai Sambonifacio (1247) e delle quote di Azzo Cananeo al genero Badoero Badoer nel 12685. Finalmente nel 1294 Padova ottenne con un trattato Lendinara e altre terre lungo l’Adige e da allora per quasi 25 anni (salvo la parentesi del 1305 quando Azzo VIII d’Este riuscì a recuperare per breve tempo il Castello) i padovani inviarono propri podestà a Lendinara. Tra di essi va ricordato per importanza culturale il letterato Albertino Mussato. Pur cedendo la giurisdizione, i Cattaneo avevano però conservati vasti diritti feudali, avendone investitura dagli stessi Estensi nonché dai vescovi di Adria. Intanto, cacciati da Verona nel 1260, erano venuti a Lendinara, assieme ai Cattaneo e ai Sambonifacio, parecchi loro seguaci. Forse con loro giunsero gli artigiani della lana, attività che troviamo sviluppata in paese nel Trecento. La cultura, appannaggio delle alte cariche religiose tenute da molti della famiglia Cattaneo, era propugnata anche dai conventi dei frati di S. Francesco, di S. Biagio e dai canonici di S. Sofia, la cui pieve dovette crescere d’importanza con la venuta a Lendinara del vescovo Bonazonta. Anche successivamente Lendinara era considerata centro religioso di rilievo della diocesi, tanto da giustificare lo svolgimento in S. Sofia del primo sinodo della diocesi nel 1314 (un altro sinodo vi fu tenuto nel 1572). Dopo la rapida e temporanea conquista effettuata nel 1390 da Francesco da Carrara con le milizie di Stefano di Baviera, Alberto d’Este provvide a nuove difese, spianando le mura che non erano più adatte a sostenere l’urto di eserciti dotati della nuova dirompente arma, l’artiglieria. Lendinara fu quindi cinta da una profonda fossa piena d’acqua, difesa verso l’interno da bastioni e terrapieni e da una fitta palizzata. Questo vallo, spingendosi oltre l’Adigetto incluse allora nel Castello la parte di S. Biagio. Là fu costruita la rocca.
L’accesso al Castello avveniva attraverso tre porte sovrastate da torri, che si fronteggiavano simmetricamente attraverso il fiume: due presso la Piazza (dove ancora si erge quella della campana del Comune); le altre due (di cui quella a destra dell’Adigetto non aveva passaggio) alle “Porte di Sopra”. A fianco della torre che non aveva porta fu costruito, verso il canale, un portello che ancor oggi esiste ed è detto Arco del Castel Trivellin. Al centro del paese fu eretto il palazzo che doveva essere dimora degli Estensi, protetto dalla robusta torre che ancora si eleva possente, sebbene non più ornata di merli.Le porte venivano sprangate alla sera. Tra le due torri, a monte e a valle di Lendinara, in corrispondenza della fossa, veniva sbarrato l’Adigetto con catene per impedire il passaggio e per far pagare il dazio alle barche in transito o in arrivo per i mercati.


Assieme al Polesine Lendinara fu ceduta nel 1395 a Venezia, che vi mandò i suoi podestà e forze militari, a garanzia d’un prestito che gli Estensi non furono mai in grado di rimborsare. I Signori di Ferrara riebbero però il Polesine nel 1438 quando Venezia, che si trovava in guerra contro i milanesi, ne giudicò politicamente conveniente la restituzione. Durante questo lungo periodo gli Estensi conservarono in Lendinara molte prerogative, proprietà e legami con i cittadini, specialmente con le famiglie nobili da loro largamente beneficiate (i Leopardi, i Gherardini, i Conti, i Tolomei dell’Assassino, i Malmignati, i Brillo). Altre famiglie, cacciate da Firenze, da Verona e Bergamo avevano trovato in città tranquilla dimora. Si può considerare che dal 1285 al 1482, anzi fino al 1509, quando Venezia acquistò definitivamente Lendinara, il paese sia vissuto sostanzialmente nell’area estense acquisendone caratteristiche e influssi profondi. Sotto la guida illuminata e sempre splendida dei gran Signori che furono Nicolò, Lionello, Borso ed Ercole d’Este, Lendinara fu toccata dal soffio dell umanesimo e visse il periodo più felice della sua storia. Sebastiano Fiippi pittore, i Canozi con la loro eccelsa arte nella lavorazione del legno, attestano la partecipazione viva di Lendinara al profondo, libero rivolgimento rinascimentale.
Il governo del paese era affidato al Consiglio del Comune con un podestà scelto fra colti funzionari della corte estense. Egli aveva con sé il personale per gli uffici amministrativi e giudiziari e un presidio militare. Tre guardie si davano il turno sulla torre più alta per sorvegliare che dalla campagna non giungesse sorpresa di armati e per segnalare gli arrivi sulle strade. Alla sera, chiuse le porte, era proibito entrare ed uscire dalla città. In questo periodo Lendinara si sviluppò anche economicamente. Fu il primo luogo del Polesine dove aprirono banco gli ebrei prestatori. Le campagne erano opime. Il vasto territorio, che comprendeva dieci ville, forniva ai lendinaresi, specie alle ricche famiglie, buone rendite. L’arte della lana si sviluppò assai presto come i laboratori per la concia delle pelli, le falegnamerie, le fornaci di mattoni. La fiorente attività commerciale è attestata dalla presenza di numerosi fondaci e botteghe, mentre non pochi furono i figli delle più ricche famiglie lendinaresi che proseguirono gli studi nelle università di Ferrara, Bologna, Padova. Nella sconsiderata guerra che Nicolò III d’Este ingaggiò contro Venezia nel 1404 per riavere il Polesine senza restituire il prestito, Lendinara soffrì per le incursioni del veneziano Francesco Giustinian che con i suoi soldati la mise a sacco. Si dice che nell’occasione il Giustinian avrebbe portati via gli archivi pubblici. È certo peraltro che furono sequestrati i pegni del banco degli ebrei. Altro sconvolgimento Lendinara subì nella guerra di Ferrara. Terminò allora con Pellegrino Prisciani (1482) la serie dei Podestà estensi. Questi se ne andò -pare -portando a Ferrara marmi e ricordi archeologici, carte e documenti del Comune. Peggio fu nella lunga guerra della lega di Cambrai (1509-15), durante la quale cambiarono molte volte gli eserciti nemici d’occupazione. Fu distrutta la rocca; saccheggi, fame e malattie colpirono i lendinaresi. Per qualche tempo piantò allora la sua residenza a Lendinara Hernando de Havalos marchese di Pescara (il marito di Vittoria Colonna) capitano generale delle forze dell’imperatore Massimiliano. Un capitano spagnolo, Miguel de Castiglia, fu messo qui in luogo di podestà.


La scuola contrapponeva a Lendinara l’attività di pubblici precettori agli insegnamenti che venivano impartiti dai religiosi, specie dai frati francescani e gerolimini che coltivando gli studi letterari ed artistici si resero benemeriti per l’educazione impartita alla gioventù paesana. Da Lendinara nel Quattrocento provennero alcuni lettori dello Studio ferrarese, qualche medico alla corte estense, e perfino alcuni consiglieri dei principi.
Fu pubblico istitutore nel 1463 Lodovico Carbone, professore di grammatica Giacomo Bazolano da Carpi dal 1447 al 1472. Più tardi troviamo precettori Orazio Toscanella (verso il 1570). Nel 1741 era maestro in Lendinara il padovano Nicolò Celotti dottissimo in teologia. Nel 1435 Anna Bollato Falconetti fece edificare la chiesa di tal nome, disponendo una prebenda perché fosse impartita istruzione gratuita alla gioventù. Nel 1666 il Consiglio della Comunità assegnò i 60 campi del beneficio a tre maestri ai quali venne dato incarico di insegnare filosofìa, belle lettere e grammatica. Queste scuole, dette “grandi”, erano in pratica un ginnasio. Si continuava ancora così nel 1820, quando c’erano anche maestri delle scuole “normali” a cura e spese del Comune.
Fin dal secolo XVI era stata fondata a Lendinara l’Accademia degli Aggirati per opera di Lodovico Cattaneo. Scomparsa questa, Giovan Battista Albrizzi fondava l’Accademia degli Incomposti che esisteva nel 1656. Venuta meno anche questa Taddeo Cattaneo creava nel 1705 quella dei Composti che agli inizi dell’Ottocento alcuni cittadini cercarono inutilmente di rinnovare. Nelle varie accademie figurarono, con attiva presenza, il poeta Giulio Malmignati e i vescovi di Adria Agliardi e Retano che avevano dimora nella cittadina.
Sembra che la prima chiesa di Lendinara sia stata S. Maria Annunciata (sec. IX). Quella di S. Francesco venne costruita su altra intitolata a S. Maria Maggiore, che esisteva già nel 1208. S. Francesco dei minori conventuali, sita nel borgo delle caselle, divenne splendido centro spirituale e culturale. Beneficato da Crosna alla fine del Duecento e ampliata da Guglielmo Cattaneo nel 1306, aveva vicino l’oratorio di S. Elisabetta. In S. Francesco soggiornarono i papi Giovanni XXIII nel 1414 e Sisto V nel 1585. S. Biagio sarebbe stata fondata verso il 1200. Si dice che fosse sede degli Umiliati ma non esiste alcun documento. Divenne presto parrocchia. Dagli inizi del ‘400 la chiesa fu affidata a sacerdoti regolari, e nel 1473 ai frati Fiesolani o Gerolomini che dal 1448 erano nella chiesa diventata poi S. Agata e ora S. Francesco dei Cappuccini. La congregazione dei Fiesolani fu soppressa nel 1668 e allora entrarono in S. Biagio i frati minori osservanti o zoccolanti che vi restarono per un secolo, fino alla soppressione del 1769. Da allora la chiesa parrocchia, demolito il convento, fu officiata da sacerdoti secolari. La chiesa di S. Maria Nuova alla Braglia era dapprima ospizio; fu affidata nel 1304 dal vescovo Bonazonta alle suore benedettine che passarono poi nella chiesa e convento dei Fiesolani (1473) chiamata da allora S. Agata. Dopo la soppressione del 1812 e un periodo di abbandono, entrarono in questa, e definitivamente nel 1876, i frati Cappuccini. In S. Maria Nuova, che era juspatronato dei Brillo, si stabilirono dal 1486 i frati dell’ordine di S. Girolamo. Nel 1866, quando fu soppressa per liquidazione dell’asse ecclesiastico, conteneva ancora la grata canoziana che ora si ammira in una sala del Municipio. S. Sofia, costruita secondo la tradizione su avanzi di un tempio pagano dai Cattaneo, era la pieve di un ampio territorio.L’alto campanile fu innalzato tra il 1797 e il 1857, la modesta facciata nel 1910. Presso questa chiesa è quella piccola di S. Giuseppe, già battistero, che apparteneva nel 1568 alla confraternita dei Battuti ed era dedicata alla Vergine del Rosario. La chiesa della Madonna, protettrice e patrona della Città, venne edificata nel 1577. Altre chiese di Lendinara sono quelle di S. Rocco, ora Monumento ai Caduti. Il Consiglio della Comunità ne deliberò la costruzione nel 1516 per la preservazione dalla peste durante la guerra di Cambrai. Fu terminata nel 1545 e consegnata ai padri serviti. S. Marco è la chiesa dove entrarono i Cappuccini quando vennero a Lendinara nel 1626. Essi dettero il nome al ponte costruito nei pressi sull’Adigetto.


Nel cambiamento dal periodo estense, continuamente intervallato da conflitti militari, a quello della lunga pax veneziana (1509-1797) mutarono a Lendinara i rapporti tra cittadini e potere. Le famiglie nobili che godevano di largo favore presso il governo estense, potendo salire ai maggiori incarichi, passavano ora in sott’ordine, praticamente isolate e disprezzate dalla oligarchica e chiusa società veneziana che si riservava ogni carica e i maggiori privilegi, escludendo persino (salvo particolari eccezioni) i matrimoni misti con le famiglie nobili di terraferma. La limitazione delle libertà, unita all’energica applicazione delle leggi e delle pene, provocò in paese un arresto delle professioni liberali che si tradusse in decadenza culturale. Il risveglio si ebbe solamente verso a fine del Settecento allorché qualche scintilla di illuminismo precorse gli effetti della salutare scossa che la rivoluzione francese e l’invasione napoleonica diffusero, come dappertutto, anche a Lendinara. Ad ogni modo non vi furono grandi mutazioni. Il Polesine di Rovigo, diviso nelle tre comunità di Rovigo, Lendinara e Badia, continuò ad essere regolato dallo Statuto del 1440 che Nicolò III aveva approvato riformando i precedenti antichi statuti. Alla “contea” degli estensi con il visconte, subentrava per Rovigo il capitanato con un Podestà Capitano Provveditore Generale di tutto il Polesine mentre podestà veneziani erano a Lendinara e Badia. Le ville del Polesine, al tempo del Capitano Giorgio Zorzi (1573), erano 58, di cui 10 per Lendinara e 7 per Badia. Il Consiglio del Comune, formato da cittadini dei migliori in ognuna delle tre comunità, godeva nelle questioni amministrative di una certa autonomia. Ogni città aveva il suo stemma rapppresentato da tre torri per Rovigo, due per Lendinara e una per Badia. Segnalati servizi resero i lendmaresi al governo veneto, sicché il Senato chiamava Lendinara Città fedelissima e sotto la Repubblica il Comune, retto dal Consiglio col Podestà veneziano che veniva cambiato ogni 16 mesi, trascorse la lunga pace durante la quale l’economia potè normalmente svilupparsi. Sorsero nuove istituzioni e nel territorio vennero attuate importanti opere di bonifica dal consorzio Valdentro, che prosciugò (1559) le estese valli che da mezzogiorno assediavano il paese. Un’importante istituzione fu quella varata nel 1454 dei due Regolatori, che da allora continuarono per tutto il governo veneto. Altro avvenimento di rilievo fu la creazione del S. Monte di Pietà (1501) che agendo con scopi umanitari in un campo prima riservato agli ebrei, fu di aiuto alla popolazione povera, e favorì l’economia con operazioni finanziarie di limitato costo. Nel Seicento sorse la prima stamperia, mentre le farmacie esistevano da molto tempo. Fin dal Trecento erano in Lendinara ospizi per i viandanti e ospedali a S. Maria Nuova, a S. Francesco, a S. Antonio Abate. Fu quest’ultimo che più tardi, affidato ai Filippini e trasferito presso la chiesetta di S. Filippo Neri, dette origine all’Ospedale Civile. Nel 1605 furono risistemate, con profonda escavazione, le fosse che circondavano Lendinara e fu rinforzata la palizzata con terragli. Durante la guerra di Mantova e il passaggio delle truppe imperiali fiancheggiate dai Lanzi, Lendinara fu rafforzata nel presidio e non subì conseguenze. Anche la peste del 1630, che infuriava nelle città e paesi vicini, appena la sfiorò. Grande timore si ebbe quando, per la guerra cosiddetta di Castro che coinvolse oltre al papa Francia e Spagna, Lendinara fu invasa da una gran quantità di truppe a servizio dei veneziani, portate a presidiare il confine del Po. Alleati dei Farnese, i veneziani ebbero sul Po modeste scaramucce contro le truppe dei Barberini, ma Lendinara non fu toccata, sebbene il timore fosse enorme. Alla metà del Seicento, la lunga guerra di Candia coinvolse Venezia contro i turchi. Molti lendinaresi, specie bombardieri, dovettero parteciparvi. Partirono sopra le galere e condotti a Candia «tutti vi morirono con molti altri appresso che dopo di loro andarono a questa guerra». Anche le contribuzioni furono allora onerose. Durante la guerra per la successione di Spagna, agli inizi del 700, scesero in Italia i francesi di Luigi XIV e, invasa la valle padana, superarono il Po avvicinandosi a Lendinara. Venezia, neutrale ma segretamente favorevole agli austriaci di Eugenio di Savoia, decise di riattare le fortezze in modo che potessero opporre ai francesi le più valide difese. I lendinaresi risposero con slancio patriottico mandando a Venezia 1000 ducati d’oro e abbattendo e mettendo a disposizione alberi perché si rafforzasse il Castello. Fu allora rifatta la palizzata che più non esisteva. Nell’anno 1706 un distaccamento di cavalleria francese si presentò alle porte di Lendinara, senza osare attaccarla. Purché si allontanassero, furono riforniti di fieno per i cavalli e viveri per i cavalieri. Null’altro di eclatante accadde fino all’arrivo dei francesi di Napoleone in Italia.


Verso la fine del Settecento Lendinara visse un periodo di grande rinnovamento. Molti edifici privati vennero eretti o ricostruiti. Le chiese di S. Biagio e della Madonna, restituite al clero regolare, subirono radicali trasformazioni e pregiati artisti le decorarono. Si acciottolarano le strade del paese e si lastricarono i marciapiedi. La caduta della Repubblica di Venezia e la venuta dei francesi (1797) non furono accolte in Lendinara come avvenimenti sconvolgenti. «Venezia terminò... » dirà il Boraso, come si trattasse di un avvenimento di un altro mondo — «dopo tanti anni che sono padrona, non più padrona, ma serva! ». I lendinaresi, anche nobili, che pur avevano servito la Repubblica, si adattarono presto al nuovo corso come il Conti, come Pietro Perolari Malmignati e tanti altri che trovarono miglior riconoscimento del loro valore in un ambiente che rapidamente evolveva dando agio alla fantasia e all’iniziativa di raggiungere traguardi prima impensabili. Mentre le vecchie famiglie lendinaresi riprendevano slancio (i Malmignati, i Petrobelli, i Cattaneo, i Mario, i Perolari) se ne aggiunsero presto di nuove che acquistarono terreni e notorietà nel paese come i Marchiori, i Milani, i Lorenzoni, i Ballarin, i Pavanello. Si venne così formando una nuova classe di proprietari che appartenevano alla borghesia: erano professionisti, commercianti (anche ebrei) generalmente immigrati. Tramite loro si operarono il frazionamento della proprietà terriera, e conseguentemente lo sviluppo dell’agricoltura e una attiva partecipazione alla vita pubblica. I francesi portarono in Lendinara l’amore per la musica e per gli spettacoli. Nel 1812 si inaugurò, sul corpo dell’antico granarone, il Teatro Ballarin, per molto tempo istituzione di risalto della vita cittadina. Nel 1813 i francesi, ritirandosi dalla Russia, raggiunsero l’Adige e il 7 dicembre parte delle armate transalpine, sotto il comando del generale Marconiet, si concentrò in Lendinara e vi si fortificò. Il giorno dopo i francesi andarono ad attaccare l’armata austriaca a Boara, in destra e sinistra dell’Adige nel punto che guardava la strada postale di Rovigo. Impegnata battaglia, furono sconfitti e rientrarono in Lendinara; indi si ritirarono al ponte di Castagnaro, abbandonando il Polesine. Il generale austriaco Co. di Staremberg portò il suo quartier generale in Lendinara il 15 dicembre; iniziava così il governo del Regno Lombardo-Veneto e il 12 novembre 1816 il conte Pietro di Goess, governatore, venne a visitare la città. Vi furono illuminazioni, teatro, giochi d’artificio, raccolte poetiche. Al paese venne confermato il titolo di Città. Con il governo austriaco le scuole elementari vennero regolate con provvedimento 7.12.1818 e decreto del 1830. Nel 1834, favorita da Francesco Marchiori, venne fondata in Lendinara la scuola dei Padri Cavanis che comprendeva, oltre alle elementari, il ginnasio. Da tale scuola, oltre al patriota Alberto Mario, uscirono molti giovani lendinaresi che nell’800, continuando gli studi, formarono un vasto corpo di ingegneri, avvocati, professionisti che innalzarono nel Polesine la considerazione di Lendinara. La scuola dei Cavanis fu soppressa nel 1866. Fu questo del LombardoVeneto un periodo di buona amministrazione. Le cariche erano in genere affidate a maggiorenti locali e si poteva accedere all’amministrazione giudiziaria. Vi furono anche iniziative di sviluppo economico. È suggestivamente descritta, nelle rime del Perolan-Malmignati, la filanda di Girolamo Ballarin. Attività sempre prospera in Lendinara fu la lavorazione artistica del legno, si può dire ininterrotta dal tempo dei Canozi fino al Novecento. Notevoli in modo particolare furono i lavori di Giovanmni Ponzilacqua, dei fratelli Voltolini. Interessante anche l’arte della stampa esercitata dal Balena (1695), poi dalla Stamperia della Fenice, della Fenice Risorta, dai Michelini e dai Buffetti. L’agricoltura intanto evolveva. Migliorò la conduzione dei terreni, fu introdotta la coltivazione della canapa e intensi lavori dei consorzi di bonifica migliorarono la produttività. Si lamentavano pero i difetti di un troppo rigido accentramento che imponeva spesso, anche in questioni di poco conto, il ricorso a Vienna. Molti sentivano di aver perduto la maggiore libertà goduta al tempo dei francesi. Le cospirazioni carbonare di Fratta, duramente represse, avevano lasciato nelle coscienze aspirazioni di libertà. La prima e la seconda guerra d’indipendenza svegliarono ancor più gli spiriti e molti furono i lendinaresi che passarono il Po per unirsi alle truppe piemontesi e alle camicie rosse di Garibaldi seguendo l’esempio di Alberto Mario. Fino alla liberazione del Veneto le due correnti, quella appunto del Mario e quella di destra (che vide come esponenti locali i mèmbri della famiglia Marchiori) trovarono agio di convivere e procedere insieme per la causa risorgimentale. Liberato il Veneto, fu primo sindaco Domenico Marchiori. Nel 1869 il comune di Saguedo, a richiesta dei suoi abitanti, fu unito a Lendinara. Importanti lavori edilizi furono compiuti durante e dopo l’apertura della ferrovia Rovigo-Legnago (1876). Fu ricostruito il ponte di Piazza (1889) e edificato il nuovo cimitero. A un rapido progresso economico si opposero alcuni grossi ostacoli: la pellagra, male comune a tutta la provincia, l’ignoranza dei contadini, le conseguenze della rotta dell’Adige (1882), l’emigrazione, gli scioperi agricoli. Non mancarono però valenti agricoltori tra i quali il dottor Giuseppe Petrobelli, scrittore di cose agricole. A Lendinara nacque nel 1867 la Società Operaia di Mutuo Soccorso e nel 1869 il primo Comizio Agrario d’Italia.


La Società di Mutuo Soccorso, oltre all’assistenza ai soci, promosse la costruzione di case operaie, la costituzione di cooperative di credito, di consumo, di produzione, e l’attivazione di scuole serali e festive. Fondò una biblioteca circolante e collaborò con Jessie White Mario all’inchiesta nazionale di Agostino Bertani sulle condizioni dei lavoratori del suolo. Anima di queste istituzioni furono Dante Marchiori ed Eugenio Petrobelli ai quali si deve l’istituzione a Molinella di cucine popolari per la lotta contro la pellagra e numerose iniziative agricolo-industriali che posero Lendinara alla testa della provincia. Lendinaresi di rilievo in questo periodo furono Giuseppe Marchiori e Adolfo Rossi. Il Marchiori, che fu presidente del Consiglio Provinciale, promosse l’istituzione a Rovigo della Cattedra Ambulante di Agricoltura. Questo movimento preparatorio sfociò, agli inizi del corrente secolo, in realizzazioni industriali di notevole importanza. Nel 1889 fu costruito lo zuccherificio, nel 1904 la fabbrica dei concimi, nel 1907 lo iutificio sviluppatesi nel 1920 con l’aggiunta di un canapificio, seguito più tardi dalla Salca che produceva paste alimentari e marmellate. Nell’immediato primo dopoguerra la chiesa di S. Rocco fu trasformata in Monumento ai Caduti. Nel 1927 veniva annesso a Lendinara il Comune di Ramodipalo. Durante il fascismo veniva sciolto il consiglio comunale ed eletto un podestà (con decreto reale). Importanti opere di rinnovamento urbano furono eseguite tra il 1924 e il 1940. Col piano regolatore (era podestà l’ing. Paolo Fasiol) si aprirono nuove strade: le vie Roma, Impero (poi Matteotti), Francesco Baccari, Giosuè Borsi e Serafino Petrobelli, il largo Carducci. Furono costruite due passerelle sull’Adigetto e il nuovo ponte in ferro sull’Adige che, distrutto da bombardamento negli ultimi giorni di guerra, fu subito ricostruito. La piazza fu ampliata con la demolizione di un isolato e l’edificazione del fabbricato della Cassa di Risparmio. Fu liberata la chiesetta di S. Anna da gli edifici che la nascondevano. Fu costruito il campo sportivo. Nel velodromo S. Marco (che ora non esiste più) vennero a disputarsi la pista i più celebri corridori italiani. Per un certo periodo Lendinara fu presa anche dalla febbre per la boxe, attizzata dai successi del pugilatore Panfilo. Dopo l’ultima guerra vennero eretti la colonna di Piazza col leone di S. Marco, un monumento a S. Francesco (di Neri Pozza), e uno, recente, al Fucilato (di Pericle Fazzini). L’attività edilizia, specialmente privata, fu notevole, affiancata da nuove strade comunali. Alle numerose attività industriali, venute a cessare con l’evoluzione dei tempi e della tecnica, si è cercato di porre rimedio con nuove iniziative. Sono sorte diverse industrie tessili, mentre continua a tenere quella calzaturiera, specialmente a Valdentro. Alle scuole elementari e medie è stato aggiunto un Istituto tecnico per Ragionieri. La Biblioteca Comunale ha degna sede in via Conti. La cultura è stata negli ultimi tempi all’altezza del passato, esprimendo personalità di rilievo come lo storiografo Antonio Cappellini, il critico d’arte Giuseppe Marchiori, il poeta Angelo Rasi.

(testo di Bruno Rigobello, pubblicato in Lendinara. Notizie e immagini per una storia dei beni artistici e librari a cura di P.L. Bagatin – P. Pizzamano – B. Rigobello, Treviso, Canova, 1992)